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  • Immagine del redattoreLuca Inno e Pino Manocchio

Isernia, testimonianze archeologiche.

Aggiornamento: 21 apr

Alla scoperta delle vestigia sotterranee della città di Isernia.

 

Testo di Luca Inno

Foto di Pino Manocchio



Prima dell’arrivo dei Romani nel Sannio Pentro, precisamente in quello che diventò dalla prima metà del III sec. a.C. l’ager aesernino, il popolo sannita occupava le aree oggi chiamate Castelromano e la Civitella di Longano siti riconducibili al IV sec. a.C., [1] periodo in cui i Sanniti pensarono bene di sviluppare e migliorare i punti di difesa e di controllo del territorio in particolar modo per far fronte all’espandersi del dominio di Roma [2]. Dai due centri fortificati era agevole esercitare il controllo del territorio della valle del Volturno, ma soprattutto la sorveglianza di un’antichissima percorrenza di transumanza che proveniva dai verdi pascoli del vicino Abruzzo per dirigersi nel tavoliere delle Puglie [3].

Nelle fonti classiche la prima volta che troviamo il nome Aisernio (riportato in lingua osca) dobbiamo risalire al 340 a.C. periodo che vide i Sanniti affiancati ai Romani in una guerra contro i Latini [4].

Difficile stabilire esattamente la collocazione topografica della città, citata da Tito Livio, in quel periodo; ad esempio, ad oggi, nell’attuale centro storico d’Isernia, non sono state trovate testimonianze archeologiche che facciano presupporre un abitato sannita [5] preesistente all’arrivo dei Romani. I dati archeologici in nostro possesso sono tutti riconducibili alla prima metà del III secolo a. C., periodo in cui Roma iniziò il suo processo di romanizzazione di tutta l’area del Sannio Pentro, non solo modificazioni dall’aspetto prettamente politico ma vennero realizzati massicci interventi urbanistici [6].

La città sannita di Aisernio, tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C., potrebbe identificarsi con il sito di Castelromano nucleo fortificato d’altura con mura megalitiche disposte su più livelli a seguire l’impervia orografia del luogo [7]. L’abitato, posto in posizione dominate rispetto alla vallata, conserva, oltre ai circuiti murari, parte di una delle porte d’accesso unitamente ai resti di parte della strada basolata.

Nel 263 a.C. [8], per mano di Roma, venne fondata la colonia latina di Aesernia, evidentemente, come già accennato, al termine della nuova configurazione urbanistica del territorio pentro [9].

La città, adagiata su un costone di pietra calcarea e argilla dagli aspetti orografici molto frastagliati e con diversi salti di quota, si presentava come una vera e propria fortezza, dotata di possenti mura megalitiche [10], ancora oggi in parte conservate. Diversamente, lungo le due profonde valli, attraversate dai fiumi Carpino e Sordo, vennero realizzate una serie di opere di terrazzamento per consentire un maggior utilizzo del territorio circostante per fini agricoli.

Anche all’interno del tessuto urbano vennero approntati degli accorgimenti atti ad ottimizzare gli spazi, come semplici terrazzamenti, onde evitare massicci ed inutili sbancamenti, oppure strutture sotterranee come i criptoportici, elementi sostruttivi cavi per la realizzazione, in superficie, di platee destinate ad ospitare edifici privati, pubblici o aree ad utilizzo pubblico.

Un esempio di tali sostruzioni cave, appunto criptoportico [11], potrebbe essere quella considerata, a mio avviso erroneamente cisterna [12], situata a nord-est della città, al di sotto degli edifici di proprietà delle famiglie Lombardozzi-Biasella e Milano-Veneziale [13].



La struttura, conservata complessivamente per circa 26 metri, è composta da due corridoi paralleli con copertura a volta, comunicanti tra di loro da aperture archivoltate. Le pareti sono ricoperte, solo parzialmente, da un rivestimento ad intonaco molto grossolano, il pavimento è in terra battuta, inoltre, suggestivo è il riscontro, nell’intradosso delle volte di copertura, del negativo lasciato dalle travi della centina lignea utilizzata per la realizzazione della copertura a volta in cementizio degli ambienti.



La struttura con orientamento NE-SO fu realizzata per tre quarti incassata nel terreno, la parte rivolta a NO era priva di aperture perché addossata al terrapieno, diversamente il lato rivolto a SE, che per sfruttare la migliore esposizione e offrire un ricambio d’aria all’ambiente, presentava all’altezza delle reni delle volte a botte di copertura, delle aperture a gola di lupo, oggi, solo due sono quelle superstiti. Considerando la parziale conservazione della struttura (per ragioni di interro e di conservazione) è difficile stabilire a quale edificio pubblico o privato sia legata un’opera architettonica del genere. Il criptoportico, fin dalla seconda metà del II sec. a.C. fu molto diffuso nel mondo romano con diverse funzioni strutturali (utilizzo privato: sostruzioni a domus o giardini; utilizzo pubblico: edifici amministrativi, luoghi di culto, aree forensi). Gli ambienti potevano essere completamente austeri, poco illuminati (cellarium o repositorium) o finemente decorati con intonaci e stucchi, quindi ambienti accoglienti e di un certo pregio, ben illuminati per essere frequentati in giornate di sole particolarmente calde [14].

Il criptoportico di Isernia, fu realizzato probabilmente in una nuova fase di espansione edilizia della città che interessò la parte più a nord del tessuto urbano. La costruzione potrebbe ascriversi al periodo tardo repubblicano quando si raggiunse una certa sicurezza tecnica nell’utilizzo delle volte in opus caementicium [15] concepite per sorreggere l’enorme carico delle costruzioni sovrastanti [16].



La città, dunque, si sviluppava su un asse viario principale [17], con orientamento nord-est sud-ovest, sul quale si impostavano perpendicolarmente assi viari secondari formando degli incroci ad angolo retto, delimitando, delle insulae.

In uno di questi incroci venne realizzata l’area sacra, che stando alle conoscenze archeologiche attuali era costituita da due templi [18].

Il tempio italico “A”, sul quale oggi insiste la cattedrale di San Pietro Apostolo, da sempre conosciuto dal momento che parte del podio è visibile lungo Corso Marcelli, e il tempio “B”, solo in parte visibile, posto nel lato più occidentale del sito sottostante il Palazzo Vescovile.



Come operazione preliminare venne regolarizzato il terreno con la costruzione di una grossa piattaforma che verosimilmente si estendeva dal margine ovest dell’asse viario principale, fino ad addossarsi, internamente, al lato occidentale della cinta muraria. Sul terrazzamento, quindi, formato da blocchi squadrati in pietra travertinoide, furono eretti, in tempi diversi, i due edifici sacri. L’area sacra, non a caso, è posta nel punto più alto, in posizione dominante rispetto all’abitato che doveva, almeno inizialmente, espandersi a valle del complesso monumentale, suggestivo richiamo all’impostazione architettonica sacra del mondo greco.

Il tempio “A” dal podio, alto poco meno di 2 metri, realizzato in pietra travertinoide locale, è decorato da una cornice a doppia gola rovescia, la prima assise del podio è formata da un plinto realizzato in grossi blocchi ben squadrati. Al plinto si sovrappone un echino a doppia gola rovescia, al quale è sovrapposto un echino semplice contrapposto con minore sporgenza. L’ultima parte del podio è formata da un abaco aggettante, realizzato in blocchi ben squadrati.



Il tempio con orientamento nord-est sud-ovest è in asse con il punto in cui sorge il sole il giorno del solstizio d’estate, fondazione legata all’adozione dei principi delle discipline augurali. Il luogo di culto pagano conserva una pianta non priva di particolarità, che richiamano chiaramente ai canoni vitruviani [19] dati per il tempio tuscanico (etrusco-italico). Si potrebbe ipotizzare, quindi, una fronte a quattro colonne (tetrastila) a fusto liscio [20], con una maggiore ampiezza (intercolumnio) tra le colonne centrali, in modo tale che le colonne fossero disposte in corrispondenza dei pilastri, posti a termine delle pareti della cella centrale. Secondo la disposizione ipotetica delle colonne, si spiegherebbe anche la maggiore larghezza della parte anteriore (pars antica) del tempio, accorgimento realizzato evidentemente per dare una maggiore armonia e conferire una migliore percezione prospettica alla costruzione.

L’impianto planimetrico dell’edificio (lungh. 31,4 - largh. 21,4) si rifaceva a dirette esperienze greche con un rapporto di 4/6 tra la fronte e i lati [21]. Per quanto riguarda la divisione della parte posteriore (pars postica), il rapporto riscontrato è di 3,4,3, tipicamente etrusco-italica.

Il tempio di Aesernia, dalla pianta allungata e non quadrata, potrebbe essere paragonato, quindi, a quella tipologia definita da Vitruvio peripteros sine postico [22], ma per alcuni aspetti, è assimilabile al tempio (aedes) etrusco-italico, variante del tempio tuscanico, nel quale le celle laterali sono sostituite da ali (alae) [23]. Nel tempio italico di Aesernia, probabilmente, era venerata una sola divinità da mettere in stretta relazione con la vocazione territoriale del luogo, legata prevalentemente alla pastorizia. La divinità tutelare della pastorizia ma anche delle sorgenti e delle acque in genere era Ercole, una delle divinità più diffuse in area sannita; anche in questo caso stretto legame con il mondo greco, Eracle appunto.

E’ plausibile, che l’edificio sacro di Isernia sia stato frutto di una fusione di esperienze etrusco-italiche portate dai coloni, con quelle greche, più autoctone, dell’Italia meridionale [24].

Le due tipologie sono comunque legate insieme da due elementi fondamentali del tempio etrusco-italico: l’alto podio e la frontalità, che si esprime nell’unica gradinata davanti alla facciata, e soprattutto nella mancanza del portico posteriore.

Per l’inquadramento cronologico si è tutti concordi a datare l’edificio alla prima metà del III secolo a.C., nel decennio successivo alla fondazione della colonia latina, 260-250 a.C..

L’arcaicità del tempio, inoltre, è indicata dalla peculiarità del podio, si trovano riscontri tipologici nell’architettura laziale arcaica (Lavinio [25], Sora [26]) e in area latino-etrusca (Villa San Silvestro di Cascia [27]) in periodo medio-repubblicano.

Da portare in evidenza è la perizia degli artigiani della pietra che hanno contribuito alla realizzazione di un’opera che per dimensioni e accorgimenti tecnici è da ritenersi un unicum nel mondo classico. E’ ipotizzabile che nel periodo di esecuzione dell’opera (circa 10/15 anni) si siano create le condizioni per formare una “scuola di scalpellini” altamente specializzati, questo perché è impensabile che per un arco cronologico così ampio non ci sia stato un ricambio delle forze lavoro [28].


Segni di lavorazione lasciati dalle sapienti mani degli scalpellini che utilizzarono lo scalpello a gradina
Segni di lavorazione lasciati dalle sapienti mani degli scalpellini che utilizzarono lo scalpello a gradina

Il tempio “B” dell’area sacra, dalla tipologia architettonica più avanzata e dalle forme più sobrie, presenta un podio a parete verticale formato da grossi blocchi calcarei squadrati, con una breve cornice di base ed una di coronamento. Le cornici presentano modanature con elementi decorativi alternati, gole concavo convesse e listelli. Il lato est, che è maggiormente visibile forma un angolo con la porzione del lato nord, il podio ha un’altezza che supera di poco i 2 metri, inoltre, sulla sommità del podio, è in parte conservata la pavimentazione, formata da lastroni squadrati in pietra. L’orientamento, diverso da quello del tempio “A”, è nord-sud. Cronologicamente l’edificio è da collocarsi nella seconda metà del I secolo a.C.. [29]



Nella stessa area archeologica, in prossimità del tempio più antico, è conservato un piano pavimentale lastricato con grossi basoli squadrati, evidentemente il piano di calpestio del basamento.

Tra i due edifici sacri, ad una quota inferiore, è stata rilevata la presenza di un vasto edificio composto da muri di pietra legati con malta, al suo interno, in conseguenza di un crollo, sono visibili parti di trabeazione e cornici di un edificio non meglio identificato. Pochi sono gli elementi per valutare l’utilizzo dell’edificio, probabilmente da mettersi in stretta relazione con l’attività stessa dell’area sacra [30].

 

[1] Aesernia, 1999.


[2] Isernia, 2001.


[3] Tratturo importantissimo denominato successivamente Pescasseroli-Candela.


[4] Liv. IX, 6.


[5] Inno, 2005, pp. 23-27.


[6] D’Henry, 1989, pp. 7-14; D’Henry 1991a, pp. 11-19.


[7] La tecnica edilizia delle fortificazioni d’altura: le mura hanno sostanzialmente forme molto elementari, spesso prive di fondazioni, costituite da grossi blocchi sovrapposti di solito poco lavorati, è molto probabile che i blocchi siano stati cavati nelle zone più alte dello stesso luogo. Si trovano due tipologie costruttive a paramento unico, e a doppio paramento. Cinte murarie in opera poligonale, ascrivibili, secondo i canoni del Lugli alla I e II maniera. All’interno del circuito murario è in genere presente un terrapieno, spesso sono stati realizzati dei terrazzamenti, come appunto il caso di Castelromano (Is). Lugli 1957.


[8] Liv., Per. XVI.


[9] Sommella, 1985.


[10] Oggi è possibile ricostruire il tracciato del circuito murario attraverso i setti di mura superstiti, le tecniche edilizie utilizzate sono: opera poligonale, quasi quadrata, quadrata; nei muri di terrazzamento lungo le due vallate: opera quasi quadrata, opera incerta.


[11] De Angelis 1972, p. 48.


[12] Aesernia 1999.


[13] Milano 2018.


[14] Giuliani 1973.


[15] Gullini 1973, p. 137.


[16] Naturalmente abbiamo esempi più antichi di volte in cementizio, inizialmente realizzate solo per la copertura di ambienti, non di certo idonee a sopportare grandi carichi.


[17] Attuale Corso Marcelli.


[18] Si potrebbe ipotizzare l’esistenza di un terzo tempio posto al disotto del Convitto Vescovile; a sinistra dell’arco della torre campanaria, inglobati nella muratura è possibile vedere i resti della sagoma del podio simile a quelle del tempio maggiore, probabile edificio di culto da mettere in stretta correlazione con la struttura muraria in opera quasi quadrata presente sempre nell’edificio di proprietà della Curia. La conferma a tale ipotesi si potrà avere soltanto con una campagna di scavo archeologico all’interno della struttura che un tempo è stata anche sede dell’Università del Molise.


[19] Vitruvio.


[20] Nello scavo archeologico sottostante la cattedrale sono conservati due rocchi di colonna, uno integro l’altro appena riconoscibile.


[21] Zullo, 1996.


[22] Castagnoli, 1955.


[23] Inno, 2005.


[24] Shoe, 1965.


[25] Castagnoli 1959.


[26] Tanzilli 1982.


[27] Diosono 2009.


[28] E’ possibile notare, su alcuni elementi della cornice modanata del podio, interventi di correzione apportate in corso d’opera dagli scalpellini per correggere piccole imperfezioni scaturite con il taglio della pietra.


[29] Isernia, 2001.


[30] Ciliberto 2012.


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A.S.C.I. = Archivio storico comunale di Isernia, Biblioteca comunale Michele Romano.


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Capini 1991a = S.Capini, Il santuario di Pietrabbondante, in: Samnium. Archeologia del Molise, Roma 1991, pp.113-114.


Capini 1991 = S.Capini, Il santuario di Ercole a Campochiaro, in: Samnium. Archeologia del Molise, Roma 1991, pp.115-119.


Castagnoli 1955 = F.Castagnoli, Peripteros sine postico, in: Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Istituts. Römische Abteilung, LXII, 1955, pp.139-143.


Castagnoli 1959 = F.Castagnoli, Sulla tipologia degli altari di Lavinio, in: Bull. Com. LXXVII, 1959, pp. 145-172.


Castagnoli 1984 = F.Castagnoli, Il tempio romano: questioni di terminologia e di tipologia, in:


PBSR. Vol. LII, 1984, pp. 3-20.


Ciliberto 2012 = F.Ciliberto, C.Molle, C.Ricci, L’ambiente sotto la cattedrale di Isernia. Decorazioni e scritture. SEBarc: x, 2012, pp. 351-369 – issn2013-4118.


D’Henry 1989 = G.D’Henry, Alcune considerazioni sul processo di romanizzazione ad Isernia, in: Almanacco del Molise, vol.II, Campobasso 1989, pp.7-14.


D’Henry 1991a = G.D’Henry, La romanizzazione del Sannio nel II e I secolo a.C., in: La romanisation du Samnium aux II et I siecles av J.C., Centre Jean Bernard, Naples 1991, pp.11-19.


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Diebner 1979 = S.Diebner, Aesernia-Venafrum. Untersuchungen zu den römischen Steindenkmälern zweier Landstädte, Mittelitaliens, Roma 1979.


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Drago 1933 = C.Drago, Archeologia Isernina, Benevento 1933.


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Giuliani 2006 = C.F.Giuliani, L’edilizia nell’antichità, Carocci editore, Roma.


Gullini 1973 = G.Gullini, Il criptoportico nell’architettura repubblicana, Ecole Francaise de Rome, 1973. pp. 137- 142.


Inno 2005 = L.Inno, Cenni sulla topografia antica di Aesernia, dalla fondazione della colonia latina alla nascita del Municipium, pp. 23-27.


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La Regina 1968 = A.La Regina, Il tempio della colonia latina di Aesernia, in AA.VV.: La cattedrale di Isernia nella storia e nell’arte in occasione della riapertura al culto dopo i restauri, Napoli 1968, pp. 27-32.


La Regina 1972 = A.La Regina, I territori sabellici e sanniti, estratto da: Dialoghi di archeologia, anno IV-V - 1970-1971, Roma 1972, pp.443-459.


Lugli 1957 = G. Lugli, La Tecnica edilizia romana, Roma 1957.


Milano 2018 = a cura di D.Cefalogli e M.Manera, Storia della città antica d’Isernia, Isernia 2018.


Molise 2017 = A.Ceccarelli – G.Fratianni, Archeologia delle regioni d’Italia – Molise, 2017.


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Valente 1982a = F.Valente, Isernia, origine e crescita di una città, Campobasso 1982.


Zullo 1996 = E.Zullo, La cattedrale di Isernia, Venafro 1996.

Fonti letterarie.

Liv. = Livius, Ab urbe condita libri: Liber IX; 5, 2; 6, 1; 31, 4; Liber XXVII; 10, 1, 8. – Periochae =


Per.; XVI, LXXIII, LXXXVIII, LXXXIX.


Strabo = Strabo, Geographiae, Liber V, 3, 10; 4, 2-11-12.


Vitruvio = Vitruvio, De Architectura.

 

Redattori:

Luca Inno, archeologo professionista, impegnato da anni in diverse campagne di scavo e attività di studio in Italia e all’estero;

Pino Manocchio, fotogiornalista impegnato in attività di divulgazione e promozione del territorio molisano in genere e della città di Isernia in particolare.


Testo e foto ©


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1 Comment


Eugenio Kniahynicki
Eugenio Kniahynicki
Sep 19, 2020

Luca e Pino presi singolarmente sono due fenomeni. Messi insieme realizzano poi cose straordinarie! Bravi

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